Eventi

Maggio Mese Mariano

pubblicato 02 mag 2013, 06:15 da San Francesco A Ripa

Il mese mariano

L’istituzione del mese di maggio dedicato a Maria in Occidente, non è molto antica, perché si tratta di una devozione rapidamente diffusasi e radicatasi nella pietà popolare verso la fine del XVI secolo. Questa devozione affonda le sue radici nell’usanza rinascimentale, secondo la quale gli innamorati si scambiavano omaggi cortesi proprio a maggio, quando la natura in fiore appare ricca di spunti e suggestioni per celebrare l’amore. Il tentativo di superare gli abusi e cristianizzare queste feste, da parte di zelanti sacerdoti, apparirà come il nobile gesto di rivolgere l’omaggio della natura e dei cuori in onore di Maria, la creatura più alta e più bella tra tutte le donne.

Il primo ad associare la figura di Maria con il mese di maggio, sembra essere stato il re di Castiglia e León, Alfonso X il Saggio (†1284). Una sua “Cantigas” dedicata a celebrare le feste stagionali di maggio, vede nella devozione a Maria il modo per coronarle e santificarle degnamente. Suso di Costanza († 1336) compose dei “saluti” con cui dedicava alla Vergine la primavera. A Parigi, nel XIV secolo la confraternita degli orefici, era solita portare il 1 maggio a Notre–Dame un “maio” una pianta, cioè, adorna di pietre preziose, emblemi e nastri. I primi accenni al mese di maggio si trovano nell’opera Maggio spirituale  del benedettino tedesco Wolfang Seidl († 1562) edito nel 1549 a Monaco di Baviera. Intanto a Roma S. Filippo Neri († 1596) era solito invitare i suoi ragazzi a compiere “ossequi” a Maria in questo mese, ornando di fiori le sue immagini, cantando le sue lodi e compiendo atti di virtù e mortificazioni.

Nel 1677, il domenicano A. D, Guinigi, fonda a Fiesole una specie di confraternita chiamata “Comunella” che comincia a dedicare a Maria nel mese di maggio pratiche di devozione settimanali che, del 1701, diventeranno giornalieri. Sul finire del secolo si registra a Napoli nella Chiesa di S. Chiara e a Mantova in quelle di S. Nicolò e S. Maria delle Grazie, l’uso di onorare la Vergine con canti, pratica diffusasi anche in Germania. Nel 1692, infatti, il cappuccino L. V. Schneuffis, pubblica una prima raccolta di canti mariani per il mese di maggio. I veri ispiratori del mese di maggio vengono considerati tre gesuiti: A. Dionisi che, con il suo Mese di Maria, pubblicato a Verona nel 1725, lancia la struttura celebrativa del mese che comprende: meditazione, esempio, fioretto e giaculatoria;  P. Latomia che, nel 1758, pubblica a Palermo un Mese di Maggio con una serie di meditazioni giornaliere di contenuto mariano. Il libro verrà tradotto da P. Dorè in francese e sarà il veicolo della diffusione del mese di maggio in Francia, Germania e Irlanda; A. Muzzarelli che pubblica nel 1785 a Roma “Il mese di maggio” che riprende le tematiche delle verità eterne e termina con la consacrazione a Maria. Il libro, che conobbe oltre cento edizioni, consiglia la pratica più a livello domestico che ecclesiastico – comunitario.
Nella prima metà del XIX secolo il mese di maggio è già affermato in tutta l’Europa e in America e si diffonde anche nei paesi di missione. Viene indulgenziato da Pio VII (1815), Gregorio XVI (1833) e Pio IX (1859). Nello stesso secolo e nella prima metà del XX, sacerdoti e altri centri religiosi, parrocchie, santuari, cappelle ecc., vedono nel mese di maggio l’occasione propizia per cicli di predicazione, quasi un sostitutivo del quaresimale o appendice di esso. Il magistero anche recente ha riconosciuto con vari documenti l’importanza della pia pratica per tutta la cattolicità.
 

Altri “mesi mariani”

Altri “mesi mariani” dedicati alla Vergine sono il Mese di ottobre dedicato al Rosario e il Mese di settembre dedicato all’Addolorata. A differenza del mese di maggio, questi due mesi devono il loro sviluppo ad una memoria liturgica. Infatti, il Mese di ottobre si collega all’istituzione della festa del Rosario (oggi fissata al 7 ottobre), in seguito alle vittorie attribuite a Maria, invocata con questa preghiera. Principale sostenitore del Mese del Rosario è stato Papa Leone XIII con le sue numerose Encicliche e Lettere Apostoliche ad esso dedicate. Il Mese di settembre è il mese dell’Addolorata ed è stato promosso dall’ordine dei Servi di Maria in seguito allo sviluppo autonomo del culto dei “Sette Dolori” proprio in questo mese. Nelle chiese di Servi, durante tutto il mese, ci recita la Corona dell’Addolorata e si pratica la Via matris”, equivalenti rispettivamente del Rosario e della Via Crucis.

1. L’uso di recitare il Rosario diventa motivo di ispirazione per la nascita della “Corona dell’Addolorata” che si sviluppa parallelamente al culto dell’Addolorata. La forma embrionale viene individuata nella pratica di recitare ogni sabato 7 Pater e 7 Ave in onore dei Sette dolori di Maria, pratica indulgenziata nel 1607 da Papa Paolo V. Il servita Arcangelo Ballottini da Bologna, morto nel 1622, suggerisce d’adattamento del Rosario ai dolori dei Maria meditando i misteri dolorosi e riflettendo sui dolori. Col tempo la struttura rosariana sarà specificata meglio: la decade del Rosario verrà sostituita con il “settenario” Già nel 1678 la “Corona dell’Addolorata” presentava i seguenti elementi rituali: Introduzione, Enunciazione del dolore, Pater, Sette Ave Maria, Orazione, Tre Ave per riverenza delle lacrime sparse da Maria, Stabat Mater, Orazione finale. I sette dolori da enunciare nell’ordine sono: Profezia di Simeone, Fuga in Egitto, Smarrimento di Gesù, Incontro sulla via dolorosa, Morte, Deposizione, Sepoltura. Il 7 è il numero chiave del pio esercizio e caratterizza la struttura della Corona che comprende sette dolori da meditare e sette Ave da recitare. Nel 1885, riconosciuta la vitalità e diffusione della “Corona dell’Addolorata”, i Serviti ottengono da Leone XIII di recitarla nelle loro chiese al posto del Rosario. Una formula nuova della preghiera ha una parte centrale caratterizzata dalla mediazione dei “rifiuti” di Gesù e di Maria secondo la categoria biblica. Si meditano quindi sette rifiuti: Rifiuto di Maria partoriente da parte degli abitanti di Nazaret; Rifiuto di Gesù, preannunciato da Simeone; Rifiuto del Messia neonato da parte di Erode; Rifiuto di Gesù da parte dei suoi concittadini di Nazaret; Rifiuto di Gesù da parte dei capi del suo popolo; Rifiuto di Gesù nella persecuzione dei suoi discepoli. La meditazione del “rifiuto” di Cristo e di Maria richiama al cristiano il “Vangelo della sofferenza” per essere nei rifiuti della sua vita un valido testimone della speranza in Cristo. ore spirituale e uso pastorale: La “Corona dell’Addolorata” è una preghiera: biblica, dato che si recita il Padre Nostro e l’Ave Maria ed espone i rifiuti di Gesù così come sono raccontati dai vangeli; di orientamento cristologico, dato che Gesù è al centro della  meditazione insieme a sua madre; di educazione antropologica, dato che la meditazione del dolore della madre, la mette in diretto la rapporto con i travagli e le angosce dei suoi figli; che avvicina i fedeli al mistero pasquale di Cristo che è mistero di sofferenza ma anche di speranza e di resurrezione.

2. Anche la “Via Matris” è un itinerario di fede e di dolore con Maria Madre sofferente di Cristo. La sua origine non è ben conosciuta, ma comunque la si situa nel tardo Medioevo per un processo imitatorio della Via Crucis. Tra il 1628 e il1679 a Malines in Belgio vengono erette sette stazioni, sei intorno e una all’interno della Cattedrale che descrivono i dolori di Maria. La  devozione ai sette dolori era perciò molto diffusa nelle Fiandre. Nel 1661 a Barcellona in Spagna i Serviti istituiscono una processione da fare nella Domenica delle palme, durante la quale sfilano nelle vie adiacenti alla loro Chiesa sette “pasos”, gruppi scultorei che rappresentano i sette dolori di Maria e si susseguivano nella processione nell’ordine cronologico evangelico. In questa processione sembra di leggere la vera origine della “Via Matris”. Nel 1692 la Congregazione dei Riti riconosce l’Addolorata quale titolare dell’ordine dei Servi di Maria e la devozione all’Addolorata quale sua peculiare devozione. Dal secolo XIX la Chiesa di S. Marcello al Corso diviene il centro propulsore del pio esercizio che già nel 1836 viene celebrato ogni venerdì. Nel 1883 il Generale dell’ordine dei Serviti ottiene da Leone XIII la facoltà di erigere le stazioni del pio esercizio che diventa un’espressione specifica della pietà mariana dei servi. Dal 1937 la “Via Matris” viene fatto nella Basilica dell’Addolorata di Chicago con un tale concorso di popolo, da dover essere ripetuto più volte nei giorni seguenti. Dopo il Concilio si registrano diversi schemi di preghiera sulla “Via Matris”.

 

Inno

Il più eccelso degli Angeli fu mandato dal Cielo
per dir “Ave” alla Madre di Dio.
Al suo incorporeo saluto
vedendoti in Lei fatto uomo,
Signore,
in
estasi stette,
acclamando la Madre così:

Ave, per Te la gioia risplende;

     

Ave, per Te il dolore s’estingue.
Ave, salvezza
di Adamo caduto;
Ave, riscatto del pianto di Eva.

Ave, Tu vetta sublime a umano intelletto;
Ave, Tu abisso profondo agli occhi degli Angeli.
Ave, in Te fu elevato il trono del Re;
Ave, Tu porti Colui che il tutto sostiene.

Ave, o stella che il Sole precorri;
Ave, o grembo del Dio che s’incarna.
Ave, per Te si rinnova il creato;
Ave, per Te il Creatore è bambino.

Ave, Vergine e Sposa!

 

Quarto Centenario della nascita di san Carlo da Sezze

pubblicato 30 apr 2013, 07:44 da San Francesco A Ripa

Cari fratelli, pace e bene.

San Carlo da Sezze (19 ottobre 1613 – 2013)

Santità nel Seicento

Oltre al Beato Bonaventura da Barcellona e a san Tommaso da Cori, la nostra Provincia ha avuto nel Seicento tanti altri confratelli morti in concetto di santità, alcuni dei quali hanno avuto il riconoscimento del culto da parte della chiesa. Ad aprire la gloriosa e lunga fila è San Carlo da Sezze. Si chiamava Gian Carlo Melchiorri ed era nato a Sezze (Latina) il 19 ottobre 1613. Trascorse gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza lavorando nei campi o badando al gregge paterno. A 22 anni si fece frate Minore tra i Riformati, compì il noviziato a Nazzano e professò la Regola con i voti solenni il 19 maggio 1633, rimanendo semplice fratello laico. Avrebbe voluto partire missionario in India, ma i superiori disposero altrimenti. Per tre volte, come racconta lui stesso nell’Autobiografia, chiese di andare missionario, per morire martire. Due volte gli fu rifiutato causa la giovane età. La terza volta aveva perfino inoltrato già regolare domanda al Cardinale Barberini, ma una malattia improvvisa lo costrinse al ricovero all’infermeria di San Francesco a Ripa. Commenta amaramente fra Carlo: "E da qui conobbi chiaramente che la volontà di Dio era che non morissi martire, ma che abbracciassi il martirio della santa obbedienza".

Visse così la sua vita religiosa come questuante, ortolano, cuoco e sagrestano nei conventi di Ponticelli, Palestrina, Carpineto, San Francesco a Ripa e San Pietro in Montorio. Fu un vero frate minore, con l’anima invasa da mistica letizia. Espresse tutta la sua veemenza interiore in canti spirituali, degni di essere accostati a quelli di San Giovanni della Croce; in opere mistiche di grande spessore teologico, fatte oggetto di meraviglia da parte degli studiosi, data la scarsa preparazione culturale di fra Carlo. Tra le opere conservate e pubblicate ricordiamo: Le Tre Vie, il Sacro Settenario, i Discorsi della vita di Gesù, l’Autobiografia, scritta per ordine del confessore (la cui pubblicazione fu curata da P. Raimondo Sbardella, ndr). Non ci meravigliamo se a proposito di tutta questa vasta produzione si è parlato di scienza infusa, di un dono straordinario dello Spirito Santo. Giustamente san Carlo da Sezze può essere annoverato tra i più grandi mistici del suo tempo. La sua vita è stata un’esperienza continua, ricca di fede semplice, umile, tutta pervasa di amore ardente verso Dio e verso il prossimo. Fu devotissimo della Passione di Cristo, dell’Eucaristia e dell’Immacolata. Il Signore lo ha degnato di fenomeni mistici, quali l’estasi, rapimenti, profezie, rivelazioni e miracoli. È impressionante ciò che accadde a fra Carlo nell’ottobre del 1648. Mentre pregava nella chiesa di San Giuseppe a Capo le Case, il suo cuore fu trafitto da un dardo di luce, partito dall’Ostia consacrata al momento della elevazione. Una trafittura riconosciuta e attestata dai medici dopo morte e rimasta tale per secoli nel cuore incorrotto. Una reliquia preziosissima rubata recentemente, ad opera di ladri. Fra Carlo da Sezze morì il 6 gennaio 1670 e fu dichiarato Santo da Giovanni XXIII il 12 aprile 1959.

Auguri di buona Pasqua

pubblicato 29 apr 2013, 08:36 da San Francesco A Ripa

Buona Pasqua Fratelli e Sorelle

 

CREDIAMO IN CRISTO CROCIFISSO E RISORTO

 
 

    L’anno della fede che il Papa emerito, Benedetto XVI, ha voluto che celebrassimo in questo anno liturgico, costringe tutti noi a fare non solo una seria verifica della nostra fede, ma anche a chiederci quali sono i contenuti fondamentali della nostra fede.

 

    Non c’è dubbio che il fondamento della fede cristiana, celebrato e proclamato soprattutto nella Pasqua, è la passione-morte e risurrezione di Gesù. È però un fondamento fragile, che può essere facilmente svuotato o travisato, perché è costituito dal succedersi di due eventi, tra loro opposti e apparentemente contraddittori: la passione-morte, che è evento umanissimo, sperimentato in qualche modo da ogni uomo al di là della diversa forma concreta che assume, e la risurrezione, evento che è invece azione di Dio vissuta nella storia solo dall’uomo Gesù di Nazaret.

    Questo evento eccezionale va custodito con molta vigilanza dai cristiani.

 

    Se risaliamo alla fonte vera, i vangeli, ci colpisce subito il fatto che nel primo vangelo, quello di Marco, scritto circa tre decenni dopo la morte di Gesù, il racconto della passione e morte sia lungo, sproporzionato rispetto a quello della vita: un quinto dell’intero vangelo. Segnale indubbio di quanto la vicenda della passione-morte stesse a cuore all’evangelista e di quanto fosse percepita come determinante per la fede cristiana. Sì, perché Gesù, il rabbi e il profeta che aveva radunato una comunità di discepoli e un gruppo di simpatizzanti, era morto condannato dal potere religioso legittimo e dal potere imperiale romano come uomo pericoloso e contrario al bene comune. Bisognava allora dimostrare che Gesù era “giusto”, che era passato facendo il bene, curando, guarendo, sconfiggendo il potere del demonio, e che nella sua vita spesa per amore di Dio e dei fratelli non aveva commesso nessun male. Bisognava dimostrare come si svolse il processo religioso e quello romano, come Gesù visse le sofferenze delle percosse, della persecuzione e della morte violenta: per questo il racconto della passione resta un racconto sobrio, in cui non c’è nessun compiacimento e nessun attardarsi sul dolore di Gesù. Dice solo: “Gesù fu flagellato... fu deriso... fu caricato della croce... fu crocifisso...”. Racconti che, non vogliono che ci si soffermi a contemplare le torture, non inducono alla tentazione di esaltare le sofferenze di Gesù, ma che si ponga l’attenzione sulla mitezza di Gesù, sulla sua qualità di agnello mansueto di fronte ai suoi carnefici: Gesù, che per diritto avrebbe potuto chiedere a Dio la vendetta, maledire quei suoi nemici, ha invece chiesto perdono per i suoi persecutori. Non è venuto meno alla sua giustizia e ha continuato ad amare gli uomini fino alla fine, fino alla morte. I vangeli vogliono far entrare il lettore nella preghiera, nel cammino di conversione: la descrizione della passione e morte in croce è per attirare tutti a Cristo.

 

    Non lasciamoci quindi prendere dalla tentazione di leggere Gesù solo nell’evento puntuale della sua morte. Se fosse venuto solo per morire per noi, allora gli sarebbe bastato morire nella strage dei bambini di Betlemme voluta da Erode! No, la vita di Gesù è stata, come dice Paolo, un “volerci insegnare a vivere in questo mondo”, amare fino a morire per tutti.

 

    La passione, poi, va letta alla luce della risurrezione. È questo il vero annuncio cristiano: la morte non è più l’ultima parola, l’odio è vinto dall’amore, il dolore è trasfigurato in gloria. La chiesa lo ha sempre capito e proclamato. Infatti, nella liturgia del venerdì santo essa legge la passione secondo Giovanni, racconto della gloria di Gesù che si manifesta proprio nella narrazione della passione, gloria di chi depone la vita per amore e nella libertà. I cristiani, allora, quando leggono o ascoltano la passione, contemplano sì un volto sfigurato, ma sapendolo ormai glorioso e trasfigurato: non si fermano davanti alla morte come se fosse una realtà definitiva. Non a caso per ben dodici secoli i cristiani di oriente e di occidente si sono rifiutati di rappresentare Gesù morto in croce. Se continuano ad esserci ferite nel corpo dell’uomo, queste non sono un invito al dolorismo, ma tracce e segni che nel vissuto degli uomini si può scorgere ancora qualche conformità a Cristo, il Maestro e Signore sofferente e vittorioso.

    

    Per questo motivo la lettura autentica della passione di Cristo si fa anche contemplando i sofferenti, i poveri, gli ultimi, i bisognosi della terra.  Il nostro dovere di cristiani è di guardare a loro come coloro che meglio di tutti rappresentano Gesù povero, umiliato e crocefisso, e accoglierli, soccorrerli, perché come ci ricorda il vangelo di Matteo (25,40): “ogni volta che l’avete fatto a uno di questi ultimi, l’avete fatto a me”.

 

    È il modo per aiutarli a rialzarsi e a risorgere nel corpo e, quando non è possibile, nello spirito. È il modo per annunciare a loro che la malattia, il dolore e la morte non hanno l’ultima parola, perchè Gesù per primo è risorto.

 

    Vi propongo questa riflessione di Mons. Tonino Bello, che sintetizza in modo sublime i nostri Auguri Pasquali.

 

“COLLOCAZIONE PROVVISORIA”

 

    Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. L’ha donato, qualche anno fa, uno scultore del luogo.  Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria.

 

    La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di li, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.

 

Collocazione provvisoria.

 

    Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, dolcissima, che hai partorito un figlio focomelico.

 

    Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non angosciarti, tu che per un tracollo improvviso vedi i tuoi beni pignorati, i tuoi progetti in frantumi, le tue fatiche distrutte. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire.

 

    Coraggio.  La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre collocazione provvisoria. Il Calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale.

 

    Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce. C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo. Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si  fece buio su tutta la terra. Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra.

    

    Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo.

 

Buona Pasqua a tutti, soprattutto a coloro che portano i segni e il peso della croce.

I Frati francescani

Calendario Settimana Santa 2013

pubblicato 29 apr 2013, 08:24 da San Francesco A Ripa   [ aggiornato in data 29 apr 2013, 08:25 ]

24 MARZO - DOMENICA DELLE PALME

LE SS. MESSE SEGUIRANNO L'ORARIO FESTIVO: 7,30 - 9,00 - 11,00 - 18,30

Le Palme saranno benedette durante ognuna delle Celebrazione.

 

28 MARZO – GIOVEDI’ SANTO

ORE 18 - MESSA IN COENA DOMINI

20,30 - 21,15 ADORAZIONE EUCARISTICA

 

29 MARZO – VENERDI’ SANTO

ORE 17 - CELEBRAZIONE DELLA VIA CRUCIS

ORE 18 - SOLENNE CELEBRAZIONE IN PASSIONE DOMINI

 

30 MARZO - SABATO SANTO

ORE 22,30 SOLENNE VEGLIA PASQUALE

 

31 MARZO - PASQUA DI RESURREZIONE

LE SS. MESSE SEGUIRANNO L'ORARIO FESTIVO: 7,30 - 9,00 - 11,00 - 18,30

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